Perché conviene stimare il divario prima di scegliere?
Il sistema pensionistico pubblico italiano è a ripartizione: i contributi di chi lavora oggi pagano le pensioni di chi è già uscito. Funziona, ma restituisce un assegno legato alla carriera contributiva effettiva — non all'ultimo stipendio. In media la pensione pubblica copre il 70-75% dell'ultimo reddito, ma per carriere discontinue, redditi crescenti nel tempo o passaggi fra lavoro dipendente e autonomo il divario può essere più ampio.
La previdenza complementare esiste proprio per costruire, con la propria capacità di risparmio, la parte che il sistema pubblico non copre. Prima di scegliere dove versare ha senso sapere quanto manca davvero, non genericamente "quanto conviene risparmiare".
Quali forme di previdenza complementare esistono?
Il primo bivio è fra tre strade. I fondi negoziali nascono dalla contrattazione collettiva di categoria: costi contenuti e, spesso, un contributo del datore di lavoro che si attiva con l'adesione. I fondi aperti sono promossi da banche e compagnie assicurative, aperti a chiunque indipendentemente dal settore di lavoro. I piani individuali pensionistici sono contratti assicurativi, pensati per chi cerca più personalizzazione nella costruzione della polizza.
Non esiste una forma migliore in assoluto: la scelta dipende dal tuo contratto di lavoro, da eventuali contributi del datore già disponibili e da quanto valuti la flessibilità rispetto al costo.
Come si sceglie il comparto giusto?
All'interno di ogni forma si sceglie anche un comparto — dal più prudente, orientato a titoli di Stato e obbligazioni, al più dinamico, con una quota maggiore di azionario. La regola di base è semplice: più anni mancano alla pensione, più ha senso tollerare oscillazioni nel breve periodo per cercare un rendimento superiore nel lungo. Chi è vicino al pensionamento sposta gradualmente il capitale verso comparti più prudenti, per non subire un ribasso di mercato proprio a ridosso della prestazione.