Oggi bastano pochi minuti e uno smartphone per aprire un conto titoli e comprare un ETF. È una conquista reale: investire non è mai stato così semplice. La domanda che ci sentiamo fare sempre più spesso è quindi legittima: a cosa serve un consulente, se c'è un'app? La risposta dipende da tre cose: quanto conosci i mercati, quanto è articolato il tuo patrimonio e quanto tempo vuoi dedicargli.
Che cosa fanno le app di investimento?
Sotto la stessa etichetta convivono strumenti diversi:
- Piattaforme fai-da-te: compri e vendi da solo azioni, ETF e obbligazioni. L'intermediario esegue gli ordini, ma non ti consiglia.
- Robo-advisor: dopo un questionario, un algoritmo propone un portafoglio, di solito composto da ETF, e lo ribilancia in automatico.
- App delle banche: permettono di attivare piani di accumulo automatici su una selezione di fondi o ETF.
I vantaggi
- Costi contenuti: commissioni di negoziazione basse e strumenti, come gli ETF, con costi di gestione ridotti.
- Soglia d'ingresso minima: molte app permettono di investire pochi euro, o di acquistare frazioni di un titolo.
- Autonomia e automazione: operi quando vuoi dallo smartphone e imposti un piano di accumulo in pochi passaggi.
- Nessuna proposta commerciale: nessuno ti suggerisce un prodotto, la scelta è interamente tua.
I limiti
- Il rischio emotivo: la facilità d'accesso rende più probabile vendere nel panico durante un ribasso o comprare d'impulso dopo un rialzo. Gli studi sul comportamento degli investitori, come la serie Mind the Gap di Morningstar, rilevano da anni che chi investe ottiene in media meno dei fondi che possiede, proprio perché entra ed esce nei momenti sbagliati.
- Una visione parziale: l'app gestisce il portafoglio che le affidi, non il resto. La casa, il fondo pensione, le coperture assicurative e il passaggio del patrimonio ai figli restano fuori.
- Una valutazione minima o assente: sulle piattaforme di sola esecuzione nessuno verifica se un investimento è adatto ai tuoi obiettivi; al più l'intermediario controlla che tu conosca gli strumenti più complessi.
- Il fisco può toccare a te: con gli intermediari italiani in regime amministrato le imposte vengono trattenute in automatico; con molti intermediari esteri si è in regime dichiarativo, e plusvalenze, dividendi e attività detenute all'estero vanno indicati da te nella dichiarazione dei redditi.
Che cosa fa, in concreto, un consulente finanziario?
Il punto di partenza non è un prodotto, ma una conversazione: obiettivi, famiglia, lavoro, tempi, tolleranza alle oscillazioni. Da lì:
- Pianificazione su misura: un piano che tiene insieme investimenti, previdenza, protezione e passaggio generazionale, considerando anche gli aspetti fiscali.
- Supporto nei momenti difficili: quando i mercati scendono, avere qualcuno con cui ragionare aiuta a non trasformare un calo temporaneo in una perdita definitiva.
- Delega operativa: per chi non ha il tempo o la voglia di seguire mercati, rendiconti e scadenze.
- Controlli e tutele: ogni proposta deve superare una valutazione di adeguatezza rispetto al tuo profilo, e il consulente è iscritto all'albo OCF e sottoposto alla vigilanza della CONSOB. Ne abbiamo parlato in Dietro le quinte della consulenza finanziaria.
I limiti, detti con franchezza
- Costi più alti: la consulenza, e gli strumenti che la accompagnano, costano più di un'app. La normativa europea (MiFID II) impone però di mostrarti i costi prima di investire e, ogni anno, un rendiconto con tutti i costi sostenuti, in euro e in percentuale: è il documento da chiedere e da leggere.
- Il possibile conflitto di interessi: chi lavora per una banca o una rete, come noi, è remunerato anche attraverso i prodotti collocati. Per questo la legge impone di dichiararlo e di agire nel migliore interesse del cliente. Esistono anche consulenti che lavorano solo a parcella: modelli diversi, con costi diversi. Qualunque sia la scelta, la domanda da fare è la stessa: quanto pago, e per che cosa?
- La relazione conta: un buon rapporto richiede tempo e fiducia, e non tutti i consulenti lavorano allo stesso modo. Vale la pena incontrarne più di uno prima di decidere.
Serve un grande patrimonio per rivolgersi a un consulente?
No. È un'idea diffusa, ma non corrisponde alla realtà. Un piano di accumulo permette di iniziare con versamenti mensili contenuti e di costruire il capitale nel tempo, con la stessa pianificazione che si dedica a patrimoni più grandi. Lo abbiamo spiegato in Come iniziare a investire anche con piccole somme.
Resta vero che le app arrivano dove la consulenza non arriva: importi davvero minimi, anche pochi euro o una frazione di titolo, sono il loro terreno naturale.
App o consulente: le differenze in breve
- Costi: più bassi con l'app; più alti con il consulente, che deve renderli trasparenti prima e dopo.
- Importo per iniziare: minimo con l'app; contenuto anche con il consulente, grazie ai piani di accumulo.
- Profilazione: un questionario e un algoritmo, o nessuna, con l'app; un colloquio approfondito con il consulente.
- Fisco: automatico o a tuo carico con l'app, a seconda dell'intermediario; considerato nel piano complessivo con il consulente.
- Nei ribassi: decidi da solo con l'app; ragioni con qualcuno con il consulente.
- Visione: il singolo portafoglio con l'app; tutto il patrimonio, e la famiglia, con il consulente.
Quale strada fa per te?
- L'app è adatta se hai un patrimonio piccolo o in costruzione, vuoi ridurre al minimo i costi, conosci le basi dei mercati e riesci a mantenere la calma quando scendono.
- Il consulente è adatto se hai poco tempo, esigenze articolate (famiglia, casa, previdenza, successione), un patrimonio che vuoi gestire in modo unitario, oppure sai che nei ribassi tendi a farti prendere dall'ansia.
Spesso la risposta è: entrambe. Un piano costruito con il consulente per gli obiettivi importanti, e un'app per una piccola quota con cui sperimentare e imparare. L'importante è che le due cose facciano parte dello stesso disegno, e non si contraddicano.